giovedì 10 agosto 2017

Analisi su razzismo, antropologia e multiculturalismo - Orrori da Gustare Sicilia '17

In tal modo dimostri solo di essere una persona vuota, non superiore. Mi scuso per la prolissità e mi auguro leggiate. Ma analizziamo un po' di antropologia e iniziamo a definire un po' cosa è o non è il razzismo. Non so quanto servirà, visto che vi si possono dare tutte le argomentazioni del mondo ma tanto sono argomentazioni da ignorante, non degne di essere ascoltate (o nel migliore dei casi, quando riesco a farle capire, improvvisamente ve le scordate dopo 5 minuti, ma ricordiamolo eh, che siete intelligenti!). Partiamo dalle basi di antropologia, cosa ignota ai più e che si affaccia alla sociologia. Il concetto di cultura si associa spesso a quello di confini poiché, per definizione, il confine non è una barriera invalicabile come la intende Trump, ma rappresenta il limite entro il quale "le persone che vi vivono condividono, in misura variabile (vedi nord-sud) un certo numero di valori, usi e costumi", inoltre non è impermeabile ma deve favorire il libero scambio di culture pur preservando quella locale. I risvolti pratici li lascio a te perché non è proprio giornata! Andiamo sul sociale e sulle implicazioni. I gruppi più o meno grandi che si formano, fino alle comunità locali, sono caratterizzati dai criteri di cui sopra. Ogni elemento (qua dovresti avere qualche nozione di psicologia sociale!) che entra in quel nuovo contesto, pur preservando la propria individualità, deve adeguarsi alle regole implicitamente o esplicitamente stabilite in quel gruppo; diversamente si creano caos e tensioni (di solito questo porta all'emergere di un leader che ha il compito di risolvere i conflitti; non per niente, un'organizzazione senza una gerarchia non può sopravvivere, come puoi vedere in un'azienda). Dopo queste premesse, ammesso che le si siano capite, si può confutare il fatto che si usi la storia del razzismo a cazzo di cane. Prima di tutto, perché si parli di "razzismo", ci si deve chiedere "i conflitti fra questi gruppi sono legati a differenze razziali o all'intercedere, in una comunità, di una cultura con usi e costumi che rischiano di rompere l'equilibrio al suo interno?". In psicologia sociale, quando gruppi o comunità si formano c'è una naturale tendenza all'uniformarsi, anche perché i valori vengono spesso direttamente assimilati dall'inizio. Che succede quando entra un esterno (il che varrebbe anche con gli italiani stessi che da una realtà si spostano in un'altra nello stesso paese)? Che deve farsi accettare, pur con la sua individualità, in quel gruppo/comunità. Quello che succede per esempio con l'immigrazione è una cosa che si vede anche con politici mai votati da nessuno e che nessuno sa chi siano. Sono imposti da qualcuno (per esempio, gli immigrati vengono smistati a piacimento, che tu lo voglia o no li avrai tra i piedi) per cui non hanno l'onere di doversi fare accettare, esattamente come un politico nominato non sente l'onere di fare quello che dicono i cittadini. Nelle grandi realtà, come Milano, dove neanche coi miei occhi ho mai visto coesione sociale ma solo isolamento a livello autistici, 1) non ci sono quelle realtà di comunità dove ci si conosce l'un l'altro (se non per lavoro) e l'outsider deve in un certo senso "identificarsi", 2) come nelle grandi città, un po' ovunque è emersa la tendenza (su cui ovviamente giocano i politici che, per fare un esempio già discusso qui, impongono che il tuo comune si deve prendere gli immigrati) a pensare che al giorno d'oggi TUTTO SIA DOVUTO. Ora, qui ci uscirebbe una discussione che mi porterebbe a parlare perfino di meccanismi biologici e comportamentali come il conflitto ingroup-outgroup, per dirne una, ma devierei eccessivamente. Un'ultima criticità, su cui non ho mai visto qualcuno con le idee di BigM3K provare a ragionarci sopra, è il sentirsi più evoluti e intelligenti e incazzarsi se gli si fa notare che i messaggi diffusi soprattutto da chi aveva doppi fini hanno giocato, fatto leva sulle loro emozioni (dobbiamo accoglierliiii, è umanitààà) privandoli (anche grazie all'avanzare di una società alienata e fin troppo veloce) della capacità di analizzare gli aspetti razionali, cosa è pro e cosa è contro, e di fatto manipolandoli. Ora, per quanto comprensibile che a nessuno piaccia sentirsi dire di essere manipolato (noi non possiamo esserlo perché le nostre posizioni "conservatrici", pur con le loro criticità, sono proprio quelle attaccate da chi segue sti nuovi messaggi!), se ti vanti di sentirti più aperto e intelligente, allora dovresti mettere in moto il cervello e non seguire più gli slogan a te favorevoli definendo retrograda una posizione diversa solo perché non è innovativa ma viene comunque vista come funzionale. Dire " soggettivamente io non sentendomi parte di nessuno stato rifiuto le tradizioni e la conservazione" non ti rende più aperto, ti rende vuoto, senza un'identità!

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